Tempesta Vaia, l’imprenditore Dei Tos: «Pago i faggi a prezzo pieno per far cominciare la rinascita dei boschi»

di Marco Bonet per Corriere.it25 ottobre 2019 

 
Un anno fa il maltempo che colpì il Nordest. L’industriale che produce pavimenti in legno: «Non abbiamo voluto speculare sulla tragedia, è una questione di cuore»
 
 

 
Tempesta Vaia, l'imprenditore Dei Tos: «Pago i faggi a prezzo pieno per far cominciare la rinascita dei boschi»
 
«Ricordo bene quella sera: stavo rientrando a casa dal lavoro e c’era molto vento. Tutt’intorno la luce delle case e dei lampioni andava e veniva. Avevo paura, la sensazione di una catastrofe imminente. E così è stato. L’indomani era tutto distrutto, un dolore immenso».
 
E poi?
«Poi ci siamo rimboccati le maniche».
 
Patrizio Dei Tos è il fondatore e amministratore delegato di Itlas, azienda di Cordignano, nel Trevigiano, che produce pavimenti in legno. In questi giorni, anniversario di Vaia, la tempesta che ha devastato i boschi del Bellunese, di Asiago, del Trentino Alto-Adige e della Carnia con venti a 200 chilometri orari che a Reinhold Messner hanno ricordato quelli dell’Everest, sta finendo di ripulire insieme a una decina di ditte boschive locali la foresta del Cansiglio, tra le province di Treviso e di Belluno. «Per la fine dell’anno dovremmo aver finito, ma è stata dura. Vaia ha abbattuto soltanto in questa zona 30 mila metri cubi di legname, ai quali le nevicate della primavera ne hanno aggiunti altri 10 mila. Solitamente se ne raccolgono 10-12 mila metri cubi all’anno».
 
Il prezzo del legno, a causa dell’improvvisa ed enorme disponibilità immessa sul mercato, è crollato, al punto da richiamare l’interesse perfino dei cinesi...
«Non per noi. Non abbiamo voluto speculare sulla tragedia, per questo ci siamo accordati con Veneto Agricoltura, la società della Regione proprietaria della foresta, per pagare i faggi allo stesso prezzo antecedente alla catastrofe».
 
E cioè?
«Circa 130 euro al metro cubo contro i 30-40 euro che si pagano oggi, dalla Francia alla Bulgaria».
 
Perché?
«Innanzitutto è una questione di cuore: in questi boschi vengo fin da quand’ero bambino, i miei nonni portavano qui gli animali a pascolare. Il Cansiglio è parte della nostra storia: come avrei potuto lucrare su Vaia? Poi non le nascondo che c’è pure una ragione di marketing».
 
Quale?
«La mia azienda è strettamente legata al territorio, il nostro futuro dipende dalla foresta, e noi vogliamo contribuire a creare un brand “Cansiglio” che non funzioni soltanto per la filiera certificata del legname ma anche per il turismo, la ristorazione, lo sport. Mettiamola così: alcuni imprenditori sponsorizzano la squadra di calcio o di ciclismo, io sponsorizzo la foresta».
 
Ne parla, in effetti, con la stessa passione con cui un parlerebbe del suo numero 10.
«Negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta importavo il legno dall’Africa. Così voleva il mercato e noi lì andavamo a prenderlo. Ma poi mi sono detto: perché non valorizzare il nostro? Affonda le radici nella storia, è bellissimo, riusciremo a farlo apprezzare anche ai nostri clienti».
 
Che invece prima lo snobbavano.
«I faggi del Cansiglio venivano utilizzati dai maestri d’ascia della Serenissima per ricavarne i remi della flotta della Repubblica. E non era un caso. Crescono a mille metri di quota, su un terreno carsico, quindi povero di acqua. Sono straordinariamente resistenti, ma anche molto flessibili, alti ma con diametri piuttosto ridotti. Insomma, erano ideali. Per lo stesso motivo sono stati utilizzati per anni per le sedie prodotte nel distretto di Udine. Poi, nel Dopoguerra, è iniziato il declino e i faggi sono diventati la legna da buttare nei forni delle pizzerie, da sminuzzare in stecchi gelato e stuzzicadenti».
 
Proprio a degli stuzzicadenti sono stati paragonati dopo il passaggio di Vaia che li ha rasi al suolo...
«Già, le fotografie ricordavano proprio stuzzicadenti. Ma ora inizia il Rinascimento».
 

Articolo estratto da: www.corriere.it

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