Nasceranno biocombustibili sostenibili dalla coltivazione dei canneti
 
Un gruppo di ricerca guidato da un docente del Dipartimento di Scienze agrarie dell’Alma Mater è riuscito a generare più di mille varianti della canna domestica: un importante passo avanti che renderà possibile la produzione di biomassa sostenibile
 
A cura di Unibo Magazine
 
Le lunghe file di canneti, sugli argini dei fiumi e dei canali oppure ai lati delle strade di campagna, sono un elemento ricorrente non solo del paesaggio italiano, ma di tutti i paesi dell’area mediterranea. Protagonista è la canna comune o canna domestica (nome scientifico Arundo donax): una pianta che cresce rapidamente, arrivando a superare i quattro metri di altezza, ed è capace di resistere anche ai climi secchi.
 
Negli ultimi anni, proprio per queste sue caratteristiche, Arundo donax è diventata un’ottima candidata per la produzione di biomassa da cui generare biocombustibili. La sua coltivazione a questo scopo, però, è stata fino ad oggi frenata da alcune difficoltà, tra cui la scarsa variabilità genetica.
 
La canna domestica è infatti una pianta sterile. Questo significa che non si riproduce attraverso i semi, combinando quindi cromosomi diversi da cui possono nascere variazioni della pianta originale, ma solo in modo vegetativo. Ciò significa che le nuove generazioni di piante sono obbligatoriamente identiche alla pianta madre. La conseguenza è che in tutto il mondo esistono pochissime, e forse sostanzialmente una sola, “varietà” di Arundo donax, il che rende difficile adattare la pianta a climi diversi e alle elevate esigenze di produttività richieste per la produzione di biomassa.
 
Ad affrontare il problema, e aprire quindi la strada alla nascita di nuove varietà di canna domestica, ci hanno pensato i ricercatori di Watbio, progetto europeo di cui l’Università di Bologna è partner. Un gruppo di ricerca guidato da Silvio Salvi, docente al Dipartimento di Scienze agrarie dell’Alma Mater, ha infatti applicato una nuova tecnica per dare vita a variazioni genetiche della pianta, basata sull’esposizione ai raggi gamma di tessuti di canna coltivati in vitro e originati da un comune individuo della specie.
 
Una pratica che si è rivelata particolarmente fruttuosa: applicando questa tecnica sono nate ben 1.004 nuove potenziali tipologie di canna domestica, con variazioni che vanno dal colore delle foglie all’altezza alla velocità di crescita e così via. Ogni pianta, con le sue caratteristiche uniche, è stata allevata prima in laboratorio, poi in serra e infine sul campo.
 
“Per la prima volta – spiega Silvio Salvi – siamo riusciti a generare delle variazioni genetiche in questa pianta. L’obiettivo ora è selezionare, tra queste mille possibilità, quelle piante che si mostrino più adatte per la produzione di biomassa, tenendo conto anche delle esigenze di sostenibilità. Serviranno, ad esempio, varietà che possono generare un numero elevato di raccolti nel corso dell’anno, oppure che abbiano tessuti più adatti alla trasformazione in biocarburanti, o anche varietà particolarmente resistenti a climi freddi o a condizioni di siccità”.
 
I risultati sono stati da poco pubblicati su GCB Bioenergy, importante rivista internazionale di riferimento per il settore della ricerca nel campo delle bioenergie e saranno presentati nei prossimi giorni all'Università di Oxford in occasione del convegno “Developing Sustainable Bioenergy Crops for Future Climates”.
 
Link all'articolo originale: https://goo.gl/vhk7bd
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