Una fotografia del mercato delle biomasse legnose in Italia Record mondiale di produzione di pellet nel 2014. L’Italia è il terzo importatore e consumatore mondiale. A cura di Mario A. Rosato

Recentemente la Fao ha pubblicato un rapporto con i dati statistici provvisori delle produzioni forestali nel 2014. Dalle informazioni provvisorie si evince una crescita, lenta ma costante, della produzione di legna e derivati rispetto ai valori minimi storici, corrispondenti alla crisi del 2008-2009.

Osserviamo che il 51% della legna prodotta nel mondo tra il 2013 e il 2014 è stata destinata a scopi energetici. In particolare, la produzione di pellet mostra un andamento esponenziale, raggiungendo il record di 26,5 milioni di tonnellate nel 2014.

Nel contesto internazionale, l’Italia si conferma al terzo posto mondiale fra gli importatori e consumatori di pellet (14% delle importazioni, 9% del consumo), dopo il Regno Unito e la Danimarca ma prima della Repubblica di Corea e del Belgio. I principali produttori mondiali di pellet sono invece: gli Usa, la Germania, il Canada, la Svezia e la Lettonia.

Sebbene i dati consolidati del 2014 non siano ancora stati pubblicati nel bollettino delle produzioni forestali, possiamo ugualmente fare il punto della situazione delle biomasse legnose in Italia, ricorrendo al database dinamico della Fao.

Nei seguenti grafici riportiamo i valori provvisori, i quali dimostrano che:

  • la domanda energetica di prodotti forestali nel nostro Paese è quasi esclusivamente concentrata sui pellet;
  • la tendenza del consumo di pellet è crescente;
  • l’80% dei pellet consumati in Italia sono importati;
  • l’Italia è al terzo posto in Europa fra gli importatori netti di pellet, dopo l’Inghilterra e la Danimarca. Nell’altro estremo il principale esportatore netto è la Lettonia, seguita dalla Russia e dal Portogallo.

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Analisi dei dati nel contesto europeo

I bilanci fra produzione, esportazione e consumo interno di pellet, non sono affatto omogenei all’interno dell'Unione europea. Allo scopo, compariamo alcuni casi particolari con la situazione italiana.

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Italia

La crisi del settore del mobile e dell’arredamento, sommata alla crescente domanda di pellet per sostituire il riscaldamento a gasolio, da anni ha costretto i produttori nazionali di pellet ad approvvigionarsi di legname nei Paesi dell’Est. La maggior quantità di pellet viene importata già confezionata dall’Austria, dalla Slovenia e dalla Romania.

I principali consumatori di questo tipo di biomassa nel nostro Paese sono i privati, per soddisfare il proprio fabbisogno di energia termica per il riscaldamento domestico (caldaie e stufe) e in minore misura le pizzerie e i panifici per alimentare i propri forni. Il pellet, rispetto alla legna, offre il vantaggio di consentire una regolazione della temperatura molto comoda e semplice grazie alla tecnologia tipica dei bruciatori e nel contempo offre lo stesso sapore dei prodotti cotti nel forno a legna tradizionale.

In altri casi, i bruciatori di pellet sostituiscono i tradizionali bruciatori a gas e gasolio, per cui il beneficio risiede nella maggiore qualità gastronomica del prodotto finale e nel minore prezzo rispetto al combustibile fossile. In Italia è in vigore il sistema di certificazione dei pellet ENplus per gli impianti di riscaldamento, mentre i pellet e la legna per cottura dei cibi, devono rispondere ai Regolamenti Ce nn.178/2002 e 852, 853, 854 e 882/2004.

Considerazioni finali

Nonostante il processo produttivo dei pellet sia meno sostenibile di altre biomasse legnose, come ad esempio i tronchi e il cippato, il loro mercato è in crescita esponenziale dovuto, come spiegavamo, in parte alla comodità di gestione, in termini di maggiore facilità di stoccaggio, movimentazione e alimentazione automatica degli impianti, ma sostanzialmente alla maggiore convenienza economica rispetto ai combustibili fossili. Inoltre, la granulometria uniforme dei pellet favorisce un migliore controllo dell’aria di combustione e quindi una riduzione delle emissioni di materiale particolato, rispetto a quelle dovute alla combustione della legna spaccata e del cippato. Tuttavia rimangono ancora tre grossi interrogativi dovuti al fatto che l’82% della domanda di pellet in Italia è soddisfatto con materia prima o prodotto finito, d’importazione, trasportato su gomma su lunghe distanze:

  • È sostenibile importare pellet? Per rispondere correttamente bisognerebbe valutare nel ciclo di vita del prodotto il bilancio fra le emissioni di gas climalteranti, risparmiate mediante la sostituzione dei combustibili fossili negli impianti di riscaldamento e le emissioni di Co2 causate dal suo trasporto dai Paesi d’origine. In altri termini, dovremmo calcolare non solo energia elettrica e termica utilizzata per produzione del pellet, ma anche le emissioni di Co2 e di particelle sottili indotte dal trasporto su gomma, e i Voc (volatile organic compounds, composti organici volatili) inevitabilmente derivati dalla combustione di qualsiasi biomassa, in piccoli impianti domestici. Non è a priori scontato che il bilancio di Co2 sia positivo o negativo, sarebbero necessarie analisi più approfondite.
  • Può l’economia italiana reggere a lungo la dipendenza dal pellet importato? Si profila una situazione nella quale semplicemente si sta sostituendo la dipendenza dal gas russo e libico, con quella da pellet e legna provenienti dai Paesi dell’Est e dall’Austria.
  • L’Italia sta adempiendo ai propri impegni sottoscritti con il trattato di Kyoto, nonostante nel contempo stia contribuendo indirettamente ad aumentare l’impatto ambientale in altri Stati. Nella certificazione ENplus è richiesta a solo un’autocertificazione da parte del produttore, dove sia dichiarato il rispetto di certi criteri generali di sostenibilità del prodotto (riportati in questo documento).
  • La certificazione può essere revocata solo nel caso (improbabile) di denunce da parte di terzi. L’immaginario collettivo italiano percepisce l’etichetta di un sacco di pellet austriaco come la garanzia, quasi certezza, sulla provenienza del prodotto da boschi gestiti in modo sostenibile (protocollo Fsc). Purtroppo la realtà è ben lungi da quell’interpretazione: i nostri vicini d’oltralpe sono responsabili del disboscamento selvaggio di larghe estensioni di foresta in Romania, come risulta dalle denunce pubblicate sul giornale tedesco Der Spiegel.
  • Abbiamo anche elementi per sospettare che i legnami e i pellet, provenienti da altri Paesi dell’Est, siano il prodotto di disboscamenti incontrollati di foreste naturali. A titolo d’esempio, si veda la denuncia della comunità scientifica polacca, pubblicata dalla prestigiosa rivista Nature, contro i piani del loro ministro dell’ambiente che, col pretesto di una non dimostrata peste degli alberi, vorrebbe disboscare una grande area della foresta di Bialowieza, ultimo rifugio degli ultimi esemplari di bisonte europeo.

Si apre dunque per gli agricoltori italiani un'opportunità di medio/lungo termine: la produzione di biomassa legnosa nazionale in modo sostenibile. In linee generali, le aree agricole marginali, attualmente incolte o poco produttive, potrebbero essere adibite a produzione forestale secondo le linee guida Fsc, Pefc, o sistemi equivalenti. Considerando l’alta percentuale d’importazione italiana, esiste ampio margine di domanda per un prodotto nazionale di qualità.

Mario A. Rosato – © AgroNotizie

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Scritto da Admin Admin