Scritto da Maddalena Sofia
 
La rassegna internazionale di Progetto Fuoco, tenutasi a Verona da 21 al 25 febbraio scorsi (per approfondire, rimandiamo al nostro precedente articolo "Progetto Fuoco: una vetrina internazionale per l'energia rinnovabile dal legno"), è stata un evento di fondamentale importanza per il mercato dei biocombustibili e degli impianti per produrre energia dal legno e dalle biomasse legnose.
Nell'ambito del format Wood Energy Days, AIEL (Associazione Italiana delle Energie Agroforestali) ha attratto l'attenzione dei visitatori su un argomento cruciale per questo settore, ma che molto spesso viene trascurato: le criticità legate alla vendita della legna da ardere e le prospettiva che un mercato del genere potrebbe avere in Italia se la filiera non fosse così tanto frammentata. In particolare, il dibattito si è focalizzato sul profondo rinnovamento produttivo, ma anche culturale che sta attraversando il mercato della legna da ardere. Continuate a leggere per saperne di più.
 
Vendita legna da ardere: dal boscaiolo all'azienda boschiva
Tradizionalmente, quando si parla di taglio e vendita della legna da ardere si pensa subito e romanticamente alla figura del boscaiolo. Una volta, infatti, l'approvvigionamento di legna per il riscaldamento domestico avveniva principalmente per uso familiare, soprattutto nelle piccole cittadine di provincia. Ognuno si procurava la legna per il camino tagliando alberi nei propri terreni oppure acquistandone o, più probabilmente, barattandone un quantitativo adeguato dal vicino di casa o da un amico. Potrebbe essere definita un'attività di sussistenza, per la quale non esisteva un vero e proprio commercio.
Con il progredire della modernità, le cose sono cambiate. Nella vita quotidiana si sono imposte nuove esigenze legate più che altro alla maneggevolezza dei prodotti: al giorno d'oggi non è pensabile vendere o acquistare tronchi di legna non depezzati, anzi è sempre più diffusa la richiesta di formati ad hoc per camini o termocamini (soprattutto per quelli dotati di sportelli, per i quali occorre avere ciocchi di una precisa misura), stufe a legna, inserti di vario genere, forni a legna, e altro ancora.
Questo ha determinato anche la nascita di nuove figure professionali legate alla vendita della legna da ardere; oggi le aziende boschive riescono a soddisfare qualsiasi tipo di esigenza con prodotti di vario genere: legna per camini, tronchetti per stufe, legna per pizzeria o per forno a legna, legna per panifici. Il tutto, distribuito in bancali o in scatole, e sempre più raramente come prodotto sfuso.  
Al proliferare di nuove esigenze di mercato, non è corrisposto un cambiamento adeguato nelle modalità di commercializzazione della legna e oggi gli addetti ai lavori si trovano a fare i conti con numerose criticità, prima fra tutte l'abusivismo e il commercio illegale.
 
Vendita legna da ardere: criticità e prospettive
Secondo il Bilancio Energetico Nazionale, nel 2016 i consumi dedicati alla legna da ardere hanno superato i 25 milioni di tonnellate, il 60% dei quali per uso residenziale. Si stima che il 20% circa delle famiglie italiane si riscaldi con la legna, che rappresenta la prima fonte di energia rinnovabile nel nostro Paese. 
Tuttavia, i dati ufficiali raccolti non sono sempre sufficienti a delineare in modo preciso la situazione e spesso non rispecchiano la realtà dei fatti: all'elevato consumo italiano di legna, dovrebbe corrispondere un prelievo consistente di materie prime dai boschi. Cosa che avviene solo per una piccola parte: è sempre il Bilancio Energetico Nazionale a parlare di 2,5 milioni di tonnellate di legna prelevata nei boschi italiani, un numero molto lontano dai 25 milioni di tonnelate consumate.
Considerando che esiste una quota di mercato di importazione, non è comunque possibile che in un Paese con un patrimonio boschivo del genere si importi praticamente il 90% della legna da ardere. Ciò significa che una buona quota di mercato è abusiva o passa dal "nero" e la cosa rende impossibile lo sviluppo di politiche di reale valorizzazione del patrimonio boschivo, cosa che eviterebbe fenomeni quali il taglio scellerato delle piante e il proliferare di lavoratori "a nero" e spesso poco professionali.
La situazione è talmente ingarbugliata che dal 2017 l'Istat non raccoglie neanche più dati sui prelievi di legname: abusivismo e commercio illegale la fanno da padrone e sono i due problemi gravi che attanagliano il settore. 
Ma come si può contrastare questi fenomeni che rischiano di escludere dal mercato i produttori che operano in maniera corretta?
La soluzione è puntare tutto sulla professionalità, la trasparenza e la qualità. Un aiuto concreto viene dalla certificazione della legna Biomassplus. "Si tratta – spiega Stefano Campeotto di AIEL – di uno standard che garantisce, attraverso precisi controlli, la tracciabilità e la certezza dell'origine della legna, la sostenibilità ambientale e la qualità dei processi produttivi e dei prodotti".
Le aziende produttrici di legna da ardere, cippato e bricchette di legno si sottopongono volontariamente all'iter di certificazione e riescono così a garantire un elevato standard di qualità ai clienti che acquistano i loro prodotti (in termini di controlli lungo tutto la filiera e di emissioni nocive dannose per l'ambiente e per la salute).
In tal senso, il ruolo del consumatore è importantissimo: un acquisto consapevole di legna da aredere che risponde a precisi standard qualitativi (come quelli di Biomassplus) ed è sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale è una risposta responsabile che può contribuire a contrastare l'abusivismo e le pratiche commerciali scorrette.

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Pubblicato da Maddalena Sofia