Scritto da Gianclaudio Iannace
 
In Italia da 15 anni sta crescendo, senza interruzione, il mercato del pellet.
Un mercato alimentato da un numero di impianti installati che cresce di circa 200.000 unità anno tra stufe, caldaie, inserti, termocamini, con un giro di affari che supera i 600 milioni di euro anno.
L’Italia rappresenta un'eccellenza mondiale nella produzione di questi impianti; sia per tecnologia sia per il design, i nostri prodotti sono venduti non solo nel mercato interno, ma vengono per buona parte esportati.
Il vecchio impiantato, sommandosi alle vendite di 200.000 nuove macchine all’anno, fa crescere di anno in anno il mercato del pellet, che viene sempre più apprezzato per la praticità di utilizzo, il risparmio, il basso impatto ambientale e la stabilità dei prezzi.
Proprio il tema dell’impatto ambientale sta portando sempre più alla vendita di pellet certificato, che rappresenta un elemento di garanzia a tutela del consumatore, particolarmente promosso anche dalle aziende produttrici di impianti, in quanto garantisce una vita più lunga ai macchinari e allunga gli intervalli di manutenzione.
L’Italia è il primo consumatore di pellet domestico al mondo con 3,5 milioni di tonnellate all’anno e ogni stufa consuma, mediamente, 2 tonnellate di pellet anno.
Siamo però soprattutto un Paese consumatore: produciamo ad oggi poco più del 10% del pellet che consumiamo e soprattutto questo dato è in continuo declino.
I motivi sono legati a problematiche di tipo economico e a questioni di carattere normativo/amministrativo.
Anzitutto il costo del legno che è molto alto.
Una questione annosa che non dipende certo dalla carenza di alberi!
L’Italia ha una superficie boschiva di circa 10 milioni di ettari, il doppio dell’Austria, ma sfrutta poco il suo potenziale.
I boschi, non gestiti secondo una logica di profitto, vengono abbandonati e vengono colpiti da problematiche fitosanitarie e da incendi boschivi: è una legge del mercato, tutto ciò che non ha un valore economico viene trascurato e deperisce.
Il bosco ben gestito, come in Austria o in Germania, crea ricchezza, vive meglio, assorbe maggiori quantità di CO2.
Da noi no, il bosco è considerato una sorta di monumento plain air, che però, abbandonato a sè stesso, viene svilito da malattie e incendi; si deve pertanto riscrivere un grande piano forestale, cosa discussa molto, ma sostanzialmente ferma.
Un grande piano forestale, rispettoso dell’ambiente, creerebbe nuovi posti di lavoro in aree che oggi sono a rischio di spopolamento e nuovo indotto di turismo, in boschi che non sono più delle selve, ma dei luoghi manutenuti e accessibili.
Questi interventi, che comunque non sono immediati (considerando anche i tempi della politica), non sono però la soluzione al problema della scarsa quantità di pellet prodotta in Italia.
Abbiamo due altri temi molto rilevanti: il costo del lavoro e il costo dell’energia.
Sul tema del costo del lavoro vale quello che abbiamo detto sopra: è una questione politica.
L’agenda di ogni Governo contiene questo tema, ma la soluzione sembra ancora lontana: si tratta di lavori che non possono sopportare un peso fiscale troppo forte, che finisce solo per alimentare un mondo di lavoro a nero fin troppo presente nel settore (si consideri l’importanza di cancellare il lavoro nero in un settore dove gli incidenti sul lavoro sono certamente più frequenti rispetto a quelli che possono accadere in un ufficio davanti alla tastiera di un PC).
E poi il tema del costo dell'energia con una bolletta appesantita dal costo delle rinnovabili, che grava sui conti di ognuno di noi: anche questo è un tema “politico”, che vede paradossalmente proprio un prodotto green come il pellet penalizzato non solo dalla sua non partecipazione al meccanismo degli incentivi, ma addirittura appesantito da un regime IVA al 22% invece che al 10%!
E fino a qui abbiamo parlato del pellet ad uso domestico, ma esiste un mercato potenzialmente ancora più importante che è quello industriale, in Italia decisamente sottodimensionato nei consumi (per approfondire, rimandiamo al nostro precedente articolo "Pellet per riscaldamento e pellet industriale: differenze e mercati di utilizzo").
Per dare una misura di questo mercato basti pensare che l’Italia è il più importante consumatore di pellet ad uso domestico al mondo, ma non è il consumatore maggiore di pellet in assoluto.
La Gran Bretagna consuma circa 4,5 milioni di tonnellate anno: si tratta di pellet industriale con un consumo anche in questo caso, in crescita ogni anno.
Perché tutto questo consumo?
Si tratta della conversione delle vecchie centrali elettriche alimentate a carbone che sono state convertite a pellet certificato.
Una soluzione green con la quale si è riusciti a realizzare il difficile equilibrio tra esigenze industriali e sensibilità ambientale.
Nel 2011 è partito, ad esempio, il grande piano di conversione della centrale a carbone di Tilbury, un gigante da 1050 mw che, in mancanza di una conversione, avrebbe dovuto chiudere nel 2015.
Un grande progetto che ha stoppato l’uso di una fonte fossile comunque in esaurimento, utilizzando una fonte rinnovabile come il pellet di legno e che ha creato un mercato del lavoro nuovo, oltre che conseguire una “pace sociale” con una popolazione più consapevole dei propri diritti e che non aveva più voglia di sopportare oltre pesantissimi tassi di inquinamento.
In Italia abbiamo 12 centrali per la produzione di elettricità a carbone, impianti che non vuole più nessuno sui territori e, quel che è peggio, non abbiamo il carbone, che siamo costretti a importare con navi, appesantendo il già pesante bilancio CO2.
Perché anche da noi non si realizza la conversione di questi impianti?
Potrebbe essere una soluzione non solo all’oramai insopportabile impatto ambientale, ma anche un modo per far partire o ripartire alcune produzione industriali quali il pellet di legno o l’agripellet le cui produzioni troverebbero in Italia una quantità di materia prima importante.
Si potrebbero infatti alimentare ad agripellet le centrali a carbone convertite, oltre alle caldaie industriali, valorizzando le opportunità sul territorio sia di scarti agricoli e forestali, sia quelli dell'industria agro-alimentare.
Si tratterebbe di numeri importanti: le centrali a carbone nel 2014 producevano il 13,5% della energia elettrica consumata e 39 milioni di tonnellate di CO2.
Riteniamo inoltre che per la conversione di questi impianti non dovrebbero mancare finanziamenti internazionali.
Un grande piano di conversione potrebbe davvero far decollare il cosiddetto agripellet e creare migliaia di nuovi posti di lavoro in zone d’Italia, come ad esempio Sardegna e Puglia, dove ce ne sarebbe tanto bisogno e non mancano i residui delle lavorazioni agricole (vite e ulivi su tutte).

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Pubblicato da Maddalena Sofia