Abbiamo spesso parlato all’interno del nostro blog, con diversi articoli e approfondimenti, dell’agripellet. L’elevata crescita del mercato delle stufe e caldaie a pellet – che ricordiamo cresce di circa 200.000 installazioni all’anno con un numero complessivo di oltre 2.500.000 dispositivi prevalentemente residenziali¹ – ha portato ad una conseguente crescita del consumo di biomassa sotto forma di pellet, prevalentemente di origine forestale e certificato, che sfiora le 3.000.000 tonnellate² .
produzione pellet
I dati dimostrano che l’Italia è tra i primi consumatori europei di pellet forestale ma un importatore netto, con circa l’85% dei consumi soddisfatto da importazione e solo il 15% da combustibile prodotto localmente³. Questa rende il paese particolarmente esposto alle condizioni di mercato che, con il passare degli anni, stanno peggiorando e comportando un costante aumento dei prezzi al consumatore finale. I paesi da cui l’Italia importa pellet non hanno solo la nostra domanda, ma anche quella di numerosi altri stati il cui consumo sta aumentando esponenzialmente, soprattutto per utenze industriali. Gli stessi produttori stranieri, inoltre, dichiarano che una mancanza di materia prima legnosa e il suo prezzo in crescita sono alcuni dei principali problemi affrontati durante il 2017⁴. Si genererà così una lotta al rialzo, con complessivo aumento delle quotazioni. Per quanto riguarda l’importazione in Italia, va aggiunto che la notevole distanza tra produttore e consumatore si ripercuote su elevati costi e rischi di trasporto, senza tralasciare la completa insostenibilità ambientale della filiera che causa elevate emissioni di CO2 e deforestazione incontrollata.
In questo contesto, appurato che la produzione nazionale di pellet legnoso è stazionaria, è necessario adoperarsi per iniziare ad imboccare una soluzione alternativa al tradizionale pellet di origine forestale importato; questa soluzione può essere un agripellet prodotto localmente. L’agripellet in Europa attualmente copre “solo” il 10% della produzione totale, i cui principali produttori sono Ucraina (934.000 tons.), Polonia (450.000 tons.) e Repubblica Ceca (200.000 tons.). La produzione deriva prevalentemente da paglia ed è destinata a impianti industriali (centrali elettriche e CHP)⁵.
Come si è analizzato sul nostro portale vi sono numerose opportunità per la produzione di agripellet in Italia, sia per quanto riguarda la sua produzione da scarti agroalimentari (es. nocciolino, tutolo di mais) che da coltivazioni energetiche non alimentari dedicate come il miscanto (Miscanthus Giganteus). 
È proprio il miscanto ad essere una delle coltivazioni energetiche dedicate non alimentari più promettenti per la produzione locale, su scala industriale, di agripellet. Questa biomassa è una materia prima economica, tracciabile e sostenibile.
Il miscanto è una coltivazione erbacea perenne che cresce su terreni marginali ed incolti non adatti alla filiera alimentare. Si tratta di una coltivazione lignocellulosica fonte di biomassa economica, attenta all’ambiente e rinnovabile, che può essere coltivata localmente (data la vasta disponibilità di terreni improduttivi), processata per la trasformazione in agripellet e bruciata per produrre energia.
cippato di miscanto
Da un ettaro coltivato di miscanto si ottengono circa 20/25 tonnellate di biomassa secca ad un costo medio di 30€/ton (<20% umidità) sotto forma di cippato, pronta per essere trasformata in agripellet. Solamente in Italia si stima che i terreni agricoli marginali e incolti ammontino ad oltre 3.000.000 di ettari che decuplicano se considerata tutta l’Europa; questo abbandono di terreni è dovuto sia a fattori morfologici (dopo un intenso sfruttamento le proprietà del terreno diminuiscono), sia a causa di fenomeni social-demografici che portano la popolazione ad abbandonare le campagne e dirigersi verso le città. 
Si può intuire quindi la notevole potenzialità di spazio per coltivare biomassa energetica come il miscanto, che diventerebbe sia fonte di materia prima per la filiera bioenergetica che opportunità di reddito integrativo per gli agricoltori. In aggiunta, una spinta allo sviluppo di filiera è data dal fatto che la coltivazione del miscanto è stata inserita nel 2018 tra le specie erbacee ammesse alle aree EFA per ottenere i Pagamenti Agro-climatici Ambientali (PAC) dall’Unione Europea⁶. 
Dal punto di vista delle opportunità di coltivazione la prospettiva sembra rosea ma, allo stato attuale, in Italia non esiste una domanda di mercato per il miscanto (e il suo agripellet) e quindi non vi sono coltivazione diffuse. Va aggiunto come nota negativa che, come più volte approfondito sul nostro portale, l’agripellet presenta alcune caratteristiche – molto disomogenee in base alla materia prima di produzione – che possono generare dei problemi di combustione ed emissione sulla maggioranza di stufe e caldaie domestiche.
Tuttavia qualcosa si muove nel settore: la startup Planeta Renewables (ospitata presso l’Università Cattolica di Milano) e la Società Agricola Malpaga con una coltivazione di 70 ettari nel nord Italia, hanno avviato la prima produzione commerciale di agripellet da miscanto per il prossimo inverno, che sarà destinata inizialmente ad impianti industriali e stufe di tipo autopulente (seguirà un articolo dedicato alla compatibilità riscontrata su vari dispositivi). La filiera corta realizzata vuole essere un modello per sviluppi futuri su tutto il territorio e consente di offrire al consumatore un importante beneficio in termini di convenienza economica. L’obiettivo del progetto è anche realizzare il primo agripellet certificato secondo normativa UNI EN 17225-6.
 
Scritto da Lorenzo Avello - fondatore e amministratore della società Planeta Renewables
 

[1] EPC Survey 2017

[2] EPC Survey 2017, Hawkins Wright, European wood pellet trade

[3] 2017 Pellet Market Overview AEBIOM

[4] EPC Survey 2017

[5] EPC Survey 2017 pag. 29

[6] Decreto “Omnibus” 2018

 

 

 

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Pubblicato da Lorenzo Avello