Il pellet è una commodity “globale”, viene prodotto in tutto il mondo e si muove, malgrado le basse marginalità, attraversando oceani o migliaia di chilometri, per arrivare nelle nostre case.
Se date un’occhiata alle aziende certificate ENplus si va dalla A di Albania alla V di Vietnam, attraversando tutti i Continenti.
Partecipando con il nostro stand di Biomassapp a Progetto Fuoco a Verona, ho incontrato imprenditori brasiliani che stanno realizzando una grande azienda da 80.000 tons anno di pellet, 100% esportazione verso l’Europa, posizionata, ovviamente nei pressi di una città portuale dell’Oceano Atlantico.
Questo dà il senso di come il mercato sia davvero interconnesso e, anche per il pellet, la disponibilità di alcuni fattori della produzione in certi Paesi (legno, mano d’opera a basso costo ed energia a buon mercato), trova poi un suo sbocco commerciale in altri.
In Italia si consuma pellet proveniente da ogni punto del mondo, seguendo la scia di vantaggi di costo di produzione o anche solo di noli particolarmente vantaggiosi o speculazioni di valuta.
Ma, nei consumi, delle differenze ci sono, retaggio magari di vecchie politiche energetiche, e determinano strane situazioni con l’Italia primo consumatore al mondo di pellet per riscaldamento con 3,5 milioni di tons anno, e UK che consuma pellet industriale per 4,5 milioni di tonnellate all’anno. 
Una prima grande suddivisione nel mondo del pellet è proprio questa: pellet per riscaldamento e pellet ad uso industriale, il primo con standard qualitativi molto elevati, il secondo che invece deve avere costi particolarmente contenuti.
In Italia si usa quasi esclusivamente pellet per riscaldamento, utilizzato per stufe e caldaie domestiche mentre all’estero l’uso del pellet industriale è legato alle grandi centrali termoelettriche che funzionavano a carbone e che sono state convertite.
In Italia non sono mai state particolarmente diffuse le centrali a carbone, che invece erano presenti un po’ ovunque nel nord Europa ed in particolare nel Regno Unito, in Belgio, Olanda e Danimarca.
I due tipi di pellet ovvero quello per riscaldamento e quello industriale, si distinguono per il contenuto di ceneri, molto basso nel primo e più elevato nel secondo.
Il pellet industriale utilizza una materia prima decisamente meno “nobile”, con presenza di corteccia e pertanto questo pellet non va bene nelle stufe domestiche, non solo per la necessità di dover svuotare più frequentemente il contenitore delle ceneri, ma anche per problematiche legate ai più frequenti intervalli di manutenzione degli impianti.
Naturalmente il pellet per riscaldamento potrebbe andare benissimo per gli impianti industriali: fatto il salvo il prezzo, naturalmente!
Già, il prezzo: che differenze di prezzi ci sono tra i due prodotti?
Produrre i due pellet non fa molta differenza in quanto serve la stessa energia e la stessa mano d’opera, mentre un po' di differenza la fa la materia prima, meno costosa per il prodotto industriale.
La differenza la fa la grandezza degli impianti produttori di pellet e le conseguenti economie di scala: per il pellet industriale si tratta in genere di grandissimi produttori, che hanno clienti che acquistano da loro centinaia di migliaia di tonnellate/anno.
Una cosa da conoscere è perché si sono diffusi questi consumi: il pellet per riscaldamento si è diffuso molto rapidamente perché milioni di famiglie ne hanno potuto apprezzare la praticità di utilizzo e soprattutto la reale economicità.
A differenza di tante soluzioni “green” il pellet non ha ricevuto incentivi e si è diffuso rapidamente solo con la forza dei suoi atout, anzi forse è l’unico biocombustibile ecologico che, invece di venire premiato per le sue eccezionali qualità, è risultato addirittura penalizzato con il passaggio dell’IVA dal 10% al 22% !
Il pellet industriale invece si è diffuso per motivi “politici”, in quanto le grandi centrali a carbone non erano più socialmente sostenibili e si dovevano trovare delle soluzioni di conversione energetica e il pellet industriale è stato la soluzione.
Insomma un consumo legato più alle politiche ambientali che alla economicità del combustibile: se si potesse badare alla sola convenienza tutte le centrali tornerebbero al carbone!
È un mercato anche particolarmente nervoso e sensibile: infatti sono pochi gli utilizzatori e basta che anche uno solo rinunci al ritiro del prodotto che si viene a creare un surplus produttivo che non può essere assorbito dal consumo domestico.
Si verrebbe pertanto a determinare un crollo dei prezzi con grave pregiudizio del mercato produttivo.
Al contrario un innalzamento della domanda industriale, porta questi consumatori a doversi rivolgere ai produttori di pellet per riscaldamento, con forte incremento dei prezzi, e problemi per le famiglie.
Sembra insomma che il mercato del pellet industriale e quello per riscaldamento siano separati sotto l’aspetto degli utilizzatori, ma connessi in un mercato globale dove i grandi utilizzatori industriali possono determinare notevoli impatti nelle politiche di prezzo.
Una soluzione a questa problematica si potrà avere con la diffusione del pellet torrefatto che ha caratteristiche e prestazioni molto vicine al carbon fossile e che troverebbe un utilizzo esclusivamente industriale, separando così pellet industriale e pellet per riscaldamento, che non soffrirebbe più le influenze sui prezzi da parte dei primo.
 

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Scritto da Maddalena Sofia