Sono sempre più numerose le famiglie italiane che scelgono di adottare stufe o caldaie a pellet per soddisfare il riscaldamento delle proprie abitazioni. L’Italia risulta infatti il primo paese al mondo per consumo di pellet a uso domestico, avendo raggiunto nel 2015 i 3,1 milioni di tonnellate di pellet per la produzione di calore. Tuttavia, secondo lo studio del 2015 dell’Associazione Italiana Energie Agroforestali (= AIEL), i produttori italiani di pellet riescono a coprire soltanto il 15% della domanda interna, aprendo così il restante 85% al mercato straniero.

Analizziamo ora quali sono le ragioni di questa difficoltà di produzione di pellet in Italia, confrontandola con i principali paesi stranieri produttori e esportatori di pellet, analizzando quindi come deve comportarsi il consumatore italiano di fronte alla scelta se preferire un pellet di produzione italiana o straniera.

 

La produzione e il consumo di pellet in Italia

I principali produttori italiani di pellet si trovano nel nord-ovest della penisola e lungo la dorsale appenninica, dove le risorse per la produzione di biomasse energetiche sono più facilmente accessibili. Eppure, queste risorse risultano insufficienti per soddisfare la domanda interna; infatti, come suggerisce il report del 2016 dell’European Biomass Association (=AEBIOM), la produzione italiana di pellet difficilmente potrà veder aumentare i propri numeri nel futuro, avendo ormai raggiunto l’apice di produzione a causa della mancanza di materie prime e della difficoltà di reperire materiale a causa dell’orografia del territorio italiano.

Ma se da un lato è vero che la produzione italiana di pellet riscontra forti difficoltà nel soddisfare la domanda interna, aprendo così il mercato all’offerta dei produttori stranieri, d’altro canto l’Italia è al primo posto in Europa per consumo di questa biomassa energetica. Stando ai dati disponibili (AEBIOM, 2016), l’Italia nel 2015 si è servita di 3,1 milioni di tonnellate di pellet per la produzione di calore, di cui il 92% è stato destinato al riscaldamento domestico e il restante 2% al riscaldamento di enti commerciali.

Il primato italiano nel consumo di pellet per la produzione di calore si può facilmente spiegare attraverso la consolidata tradizione che nei decenni ha accompagnato i centri non urbani della penisola: per anni infatti le famiglie della campagna italiana hanno provveduto autonomamente al fabbisogno di calore delle proprie abitazioni, avendo la possibilità di procurarsi facilmente legna da ardere. Negli ultimi anni, con l’avvento delle biomasse energetiche, gli italiani hanno iniziato a convertire i propri impianti di riscaldamento.

Fonte: EPC sourvey

 

Come si evince dal grafico, le famiglie italiane hanno una maggiore propensione delle altre famiglie europee nello scegliere di installare stufe a pellet nelle proprie abitazioni. Gli italiani scelgono dunque di sciogliere i legami dal metano e abbracciare questa fonte di energia rinnovabile, cercando così un’alternativa di risparmio. Inoltre, questa tendenza non potrà che crescere, poiché in Italia a partire dal 2019 si potrà usufruire di un piano di agevolazioni fiscali in grado di garantire un sostanzioso sconto Irpef (tra il 50% e il 65%) sul totale dell’acquisto di una stufa a pellet.

 

I principali produttori stranieri sul mercato italiano

Ma da dove proviene il pellet che gli italiani trovano sul mercato? E come riconoscere la provenienza di un prodotto da un altro?

Come abbiamo visto, i produttori italiani di pellet soddisfano soltanto per il 15% la domanda interna, mentre il restante 85% è importato da produttori stranieri, dato che rende l’Italia il terzo paese per importazioni di pellet in Europa. La prima regione al mondo per produzione di pellet da anni rimane l’Europa che copre il 48% della produzione mondiale, seguita dal Nord America con il 31%.

Restando in Europa, il primo paese comunitario per produzione di pellet si conferma la Germania, con 2 milioni di tonnellate di pellet prodotte nel 2015, seguita da Svezia e Lettonia.

*dati 2014

Fonte: EPC survey

 

Il pellet straniero in Italia, stando agli ultimi dati disponibili (AEBIOM, 2016), nel biennio 2013-2014 è stato importato dall’Austria, dal Canada e dagli Stati Uniti; nel 2015 l’Austria è rimasto il principale fornitore di pellet per l’Italia, seguita dall’Ungheria e dalla Germania.

 

Come riconoscere la miglior qualità di pellet?

La prima cosa da fare quando ci troviamo di fronte a una confezione di pellet è individuare la certificazione.  Il principale marchio di qualità è certificato da Enplus, che garantisce il controllo su tutta la filiera di produzione seguendo la normativa tecnica europea EN 14961-2. In Italia AIEL è riconosciuta da Enplus come il concessionario nazionale di licenza, e in quanto gestore competente AIEL fornisce un codice ID Enplus di cinque caratteri per identificare se l’azienda certificata è un produttore o un distributore. I primi due caratteri identificano il paese di produzione o la sede centrale (nel caso dei distributori); nel caso dei produttori le tre cifre che seguono (da 001 a 299) indicano il produttore certificato nel relativo Paese, mentre nel caso dei distributori le tre cifre (da 301 a 899) rappresentano il distributore certificato nel relativo Paese.

Enplus rilascia tre diversi marchi indicanti tre classi di qualità in base alla norma ISO 17225-2:

- Enplus A1 per la produzione di pellet tramite tronchi o sottoprodotti e residui di lavorazioni del legno non trattati chimicamente;

- Enplus A2 per la produzione di pellet tramite alberi senza radici, tronchi, residui di lavorazione forestale e sottoprodotti e residui di lavorazioni del legno non trattati chimicamente;

- Enplus B per la produzione di pellet tramite boschi, piantagioni e altro legno vergine, sottoprodotti e residui di lavorazioni del legno non trattati chimicamente, legno usato non trattato chimicamente.

A livello nazionale il marchio di qualità più conosciuto è Pellet Gold. Questo marchio non è una certificazione ma un attestato di qualità garantito da AIEL. Pellet Gold attesta la qualità del prodotto basandosi sulle normative CEN7TS 14961 e sulle limitazioni introdotte dal Pellet Fuel Institut (PFI). Inoltre, AIEL ha scelto di introdurre il dato sul contenuto di formaldeide (HCHO), di estrema importanza per controllare presenze di colle e vernici potenzialmente nocive se sottoposte a combustione.

 

Scritto da Jacopo Marenghi

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Pubblicato da Yuri Isoldi