ramaglie

Il decreto 23 giugno 2016, nell’elenco dei sottoprodotti utilizzabili negli impianti a biomasse e biogas, ha finalmente reinserito “potature, ramaglie e residui dalla manutenzione del verde pubblico e privato”. Così facendo, la normativa è di fatto tornata indietro di sei anni, quando già sfalci e ramaglie venivano considerati come sottoprodotto, e il loro riutilizzo era permesso senza trattamenti ulteriori. Ciò fino al 2009 garantiva ai Comuni, titolari dell’onere di raccogliere e gestire i residui verdi urbani, la possibilità di smaltire questi ultimi (dietro compenso) attraverso gli impianti per la produzione di energia da biomassa, che bruciano legna ed altri scarti organici per alimentare le reti di teleriscaldamento e che la normativa italiana include nel novero delle fonti rinnovabili.

 

sfalci di potaturaNel 2010 però, con il recepimento della Direttiva Europea quadro sui rifiuti, la natura giuridica di sfalci e potature urbane aveva subito un drastico cambiamento: da sottoprodotto con possibile utilizzo “energetico”, questi scarti diventavano allora rifiuti da smaltire, e il loro riutilizzo impossibile a meno che questi non provenissero dall’attività agricola, e rispondessero a tutta una serie di complicate condizioni.

 

Come detto in precedenza, il decreto 23 giugno 2016 ha rimesso le cose a posto, ristabilendo uno scenario conveniente non solo per gli impianti a biomassa, ma anche per i per i Comuni italiani. Questi ultimi, infatti, mentre per smaltire attraverso il compostaggio o la biodigestione una tonnellata di verde urbano spendono circa 60 euro, possono in questo modo essere addirittura pagati, a un prezzo compreso tra i 15 e i 20 euro a tonnellata, dagli impianti a biomasse disposti ad acquistare questi preziosi scarti. Sfalci e potature passano quindi dall’essere un rifiuto al diventare una vera e propria fonte di guadagno.

Sfalci e potature come biomassa: un guadagno per tutti?

Le amministrazioni comunali, però, non sempre vedono questa opportunità in ottica positiva: c’è da considerare, infatti, che l’organico rappresenta ad oggi circa la metà dei rifiuti raccolti dai Comuni italiani in maniera separata. Escludere il verde urbano dal novero dei rifiuti significherebbe, quindi, sottrarlo al conteggio delle quantità raccolte in maniera differenziata dagli enti locali, abbattendo le percentuali sul livello di raccolta differenziata; una eventualità che le amministrazioni comunali vorrebbero a tutti i costi evitare, per motivazioni facilmente intuibili.  

 

smaltimento sfalci e potatureInoltre, nel caso in cui tutti i Comuni italiani decidessero effettivamente di vendere le proprie potature, piuttosto che smaltirle, non solo i titolari di impianti a biomassa ma anche i compostatori sarebbero obbligati a pagare per acquistarle sul mercato.

I compostatori sarebbero quindi costretti ad aumentare il costo di conferimento ai propri impianti perché, a differenza degli impianti a biomassa (che recupererebbero la spesa grazie alla vendita dell’energia prodotta), i compostatori, che non guadagnano dalla vendita del fertilizzante, ma dal prezzo pagato dai Comuni per smaltire l’organico, non avrebbero altro modo per rientrare nei nuovi costi.

In ogni caso, grazie all’intervento legislativo del giugno scorso, sfalci e potature derivanti dalla manutenzione del verde urbano potranno finalmente essere utilizzati per produrre energia; e oggi, grazie al portale Biomassapp, le aziende e i privati potranno beneficiare di un canale ulteriore per scambiarle sul mercato, alimentando un circolo virtuoso che fa bene porta vantaggi sia all’ambiente circostante che all’economia delle imprese e delle famiglie italiane.

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