Scritto da Gianclaudio Iannace
 
Ascolto i talk show politici e la partecipazione di Mauro Corona come opinionista nella trasmissione di Bianca Berlinguer “Carta Bianca” è divertente: la giornalista ne guadagna in simpatia e lui gigioneggia sugli argomenti che divertono il pubblico e che il pubblico si attende da lui, compreso un improbabile corteggiamento del rude montanaro ad una giornalista un po’ rigidina e perbenino.
Politica, battute, commenti, le solite liturgie: Corona è così da sempre, l’uomo della montagna e dell’ambiente, un po’ retorico e un po’ antimoderno.
E invece, con una certa sorpresa, gli ho sentito spesso ripetere una cosa che da lui non mi sarei mai aspettato: Corona ripete, con un certo coraggio, basta con la montagna “monumento”, basta con la intangibilità del bosco, perché il bosco e la montagna sono risorse e bisogna cambiare le leggi che impediscono di tagliare gli alberi e di produrre così, occupazione, aziende, interesse economico intorno a questa risorsa, che pure va tutelata, ed anzi, viene maggiormente tutelata dall’interesse economico che invece, quando viene a mancare, lascia solo abbandono, incendi, fitopatologie.
Non sarebbe stato più facile per lui promuovere una visione rigorosamente ambientalista e dire che non bisogna toccare nulla di ciò che la montagna ci regala?
Bravo Corona!
Ecco qui il tema di oggi, che sta emergendo forte negli ultimi anni in riferimento alla produzione del pellet: il pellet è una fonte energetica rinnovabile e pertanto da benedire e promuovere come alternativa alle fonti energetiche fossili, o il pellet sta diventando una calamità che distrugge intere foreste, per soddisfare una fame di biocombustibile sempre crescente nel mondo?
Il pellet è un'invenzione relativamente recente, nato intorno agli anni ’70 in USA (per approfondire, rimandiamo al nostro precedente articolo "Breve storia del pellet: tra verità e fantasia"), ha visto una certa diffusione negli anni ’90 in Canada e Austria e solo negli ultimi 10 anni il pellet è diventato un biocombustibile ampiamente diffuso.
In Italia il successo del pellet è straordinario, la crescita dei consumi è a due cifre anno su anno, sempre più su fino ai 3,5 milioni di tonnellate anno.
Un consumo di pellet che vale in Italia 1 miliardo di euro, ma il consumo di pellet sta crescendo ovunque: in Oriente, nei Paesi dell’est Europa che prima erano esclusivamente produttori e moltissimo in UK, a seguito della conversione delle vecchie centrali elettriche dal carbone al pellet arrivando nel 2018 ad una previsione di 4,5 milioni di tons di consumo.
Questo fortissimo incremento dei consumi sta cambiando anche l’idea che la gente ha del pellet: se il pellet, fino a qualche anno fa, era vissuto come fonte di energia rinnovabile da promuovere per la tutela dell’ambiente, oggi il pellet è sotto osservazione da parte degli ambientalisti, che lo contestano per due principali motivi, da un lato perchè l’incremento dei consumi starebbe portando a rilevanti fenomeni di deforestazione e dall’altro si contesta uno degli argomenti forti dei produttori di pellet ovvero il bilancio della CO2.
Gli ambientalisti infatti dicono che è sbagliato dire che integrando ciò che si taglia per produrre pellet si ottiene un "riciclo continuo" e un bilancio del CO2 positivo, poiché un conto è se la legna viene tagliata e utilizzata per costruire mobili, un altro conto è se la si brucia reimmettendo così CO2 in atmosfera.
Nasce poi dalla globalizzazione un fenomeno poco analizzato ma rilevate: se taglio un albero in Russia e lo reintegro, il bilancio CO2 è positivo, ma che succede al bilancio CO2 del Paese dove il pellet prodotto da quel legno viene poi effettivamente bruciato? Senza considerare le emissioni dovute dal trasporto del pellet  dal luogo di produzione fino a quello del consumo.
Questa “attenzione” verso il pellet sta diventando particolarmente evidente in Paesi come gli USA dove la produzione ha dimensioni gigantesche.
Si è creata un'incomunicabilità tra chi afferma che dalla gestione consapevole del bosco e dalla sua valorizzazione economica nasce non solo ricchezza, ma anche tutela dal patrimonio boschivo, perché nessuno è così suicida da distruggere una risorsa che è fonte del suo sostentamento, e chi invece vede in ogni taglio di albero un danno irreversibile per l’ecosistema.
Enviva è il più grande produttore di pellet del mondo e le sue aziende sono posizionate nel sud est degli USA.
Enviva produce 3 milioni di tonnellate di pellet all’anno e sta realizzando impianti per produrre altre 1,2 milioni di tonnellate di pellet. 
Numeri straordinari ed Enviva, attenta alla sua accettabilità sociale, sta promuovendo la sua immagine di azienda attenta all’ambiente, che certifica e traccia il taglio e il reimpianto di nuovi alberi, privilegiando l’utilizzo di materiale meno nobile, che, invece, viene venduto dai proprietari terrieri ad aziende, ad esempio, di produttori di mobili, pronti a pagare il legno destinato a questo utilizzo, molto di più.
Inoltre Enviva stigmatizza come dalla incuria e l’abbandono dei boschi, dovuto principalmente al fatto che senza un interesse economico i proprietari terrieri non destinato risorse alla manutenzione delle foreste e nascono così i devastanti incendi che colpiscono aree enormi degli Stati Uniti o terribili e distruttive fitopatologie.
Ma agli ambientalisti tutto questo attivismo dei produttori di pellet non basta: contestano che non si tiene conto dell’impatto in atmosfera di milioni di tonnellate di pellet e che la integrazione di nuovi alberi avviene a favore di specie monoculturali a rapido accrescimento o comunque più redditizie, distruggendo quindi la biodiversità e tutto quello che ci gira intorno.
E se i produttori di pellet affermano che negli ultimi 70 anni in USA (ma anche il Italia) la superficie forestale è sempre aumentata gli ambientalisti replicano che non si tratta più di foreste ma di “piantagioni” di alberi che nulla hanno a che a fare con le precedenti foreste e l’habitat originale.
Posta così questa dicotomia tra produttori di pellet che svolgono la loro attività preoccupandosi di reintegrare i boschi per dare continuità a questa risorsa, e ambientalisti che sono legati emotivamente all’albero e che non accettano che lo si possa “uccidere” tagliandolo, sembra insanabile: sarà invece necessario, anche considerando la nostra fame di prodotti derivati dal legno, trovare una sintesi, perché in fondo l’interesse è comune, ovvero proteggere le risorse naturali e trasferirle alle prossime generazioni.

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Pubblicato da Maddalena Sofia