Attenzione! Il colore del pellet troppo chiaro nasconde l'uso di additivi non sempre salutari.

 

Il pellet non è tutto uguale, e se per gli addetti ai lavori questa è una cosa scontata per molti altri invece non lo è. 

La differenza tra le varie tipologie di pellet non è dovuta solamente alla loro materia di provenienza (vedi Perché il pellet di eucalipto è un ottimo pellet per stufe e caldaie, Pellet di eucalipto: quando si incontrano qualità e prezzo competitivo, Impariamo a conoscere il pellet di sansa, Tutto quello che c'è da sapere sul pellet di paglia, Pellet di nocciolino di sansa: guida all'acquisto, Pellet di girasole: guida all'acquisto, Pellet di mais tra etica e convenienza) ma soprattutto alla qualità e al corretto processo di pellettizzazione della biomassa, il quale deve rispettare sia la materia prima che gli standard imposti dalla comunità europea (EN 14961-1, EN 14961-2 e EN 14961-6) così come quelli imposti dall’ISO (ISO/DIS 17225-1, ISO/DIS 17225-2 e ISO/DIS 17225-6).

Il pellet per essere considerato puro dunque deve essere il risultato di una sola lavorazione meccanica (vedi Pellettizzazione delle Biomasse: tutto quello che c’è da sapere) ed ogni contaminazione da parte di additivi industriali, collanti, vernici o altre sostanze derivanti da sintesi chimica non solo impatta la qualità del pellet ma ha anche il potenziale sia per danneggiare il nostro impatto con l’incremento di residui postcombustione che di compromettere la nostra salute.

Negli ultimi anni sul territorio italiano e non solo si è andato affermando un trend di mercato pericoloso che è quello di cercare pellet di colore chiaro.

Il colore del pellet è in diretto rapporto con la materia prima, e un così alto focus da parte del consumatore sul colore del pellet chiaro ha portato ad uno sviluppo non salutare del mercato verso l’aggiunta di additivi chimici per conformare il prodotto alla richiesta e sopperire la domanda di mercato.

In questo breve articolo prenderemo in considerazione i parametri necessari per definire un pellet di prima qualità, e vedremo come dietro al colore del pellet chiaro si nascondono molto spesso strategie di marketing che non hanno niente a che vedere con l’effettiva qualità del prodotto.

 

Pellet e additivi; quali sono gli standard?

Il pellet è una delle biomasse più utilizzate al mondo, il che comporta un altro profitto e di conseguenza altrettante sofisticate strategie di marketing. Negli ultimi anni il mercato delle biomasse ha visto una nuova attenzione verso il colore del pellet associando erroneamente al colore chiaro caratteristiche di purezza e dunque di qualità. Questo ha portato ad un riscoperto utilizzo di sistemi per schiarire il prodotto prima della sua immissione sul mercato.

Quando parliamo di additivi facciamo riferimento ad una tipologia di sostanza introdotta durante il processo di pellettizzazione (oppure in fase post-produzione) della biomassa, la quale ha l’obbiettivo di migliorare la qualità del prodotto finito sotto vari aspetti. Generalmente esistono due tipologie di additivo; quelli di origine naturale e quelli derivanti da sintesi chimica.

Partendo da questi ultimi è possibile dire che il pellet essendo un eco-combustibile deve essere privo di collanti, vernici ed ogni altro additivo derivante da sintesi chimica. La presenza di additivi chimici nel pellet infatti non solo è sintomo di scarsa qualità, ma come già detto può compromettere la funzionalità del nostro impianto.

Per quanto riguarda gli additivi di origine naturale invece, secondo la normativa ENplus®, questi sono ammessi quantità massima pari al 2% del peso totale del pellet e devono essere derivanti da prodotti forestali o agricoli o dalla loro lavorazione (acqua, vapore e calore non sono considerati additivi).

 

Colore del pellet; come riconoscere pellet di qualità

Per essere sicuri di acquistare ed utilizzare pellet di qualità che non segue le mode di mercato, è possibile seguire alcuno semplici precauzioni. La prima di queste è quella di affidarsi a rivenditori autorizzati (vedi Biomassapp ottiene la certificazione come distributore EnPlus A1 con codice IT 390). A tal proposito è bene ricordare che le componenti principali del pellet sono tre, ovvero carbonio, idrogeno e ossigeno (cloro e zolfo sono invece maggiormente presenti in pellet derivati da biomasse erbacee come gli Agripellet da biomasse ligno-cellulosiche) e alcuni macroelementi come magnesio, fosforo, potassio etc. La presenza di questi elementi è considerata standard nel pellet (a seconda della percentuale riportata). Un indicatore invece di lavorazioni chimiche del pellet è la presenza di metalli pesanti come zinco, piombo rame e così via, in quantità non riscontrabili nella materia prima di derivazione del pellet. Sebbene non sia comune per il consumatore finale eseguire così specifici test chimici per determinare la composizione del pellet (vedi Qualità del pellet: durabilità meccanica, parametri chimici, additivi, Qualità del pellet: ceneri, potere calorifico, massa volumica) è comunque possibile compiere alcune azioni preventive per avere un’idea, sebbene approssimativa, della qualità del pellet.

Queste azioni possono essere riassunte in; esame visivo ed esame olfattivo.

Per quanto riguarda l’esame visivo questo prende in considerazione sia il colore del pellet che la qualità della fiamma nel processo di combustione del prodotto.

Il colore del pellet deriva dalla materia prima, ed un pellet troppo chiaro è molto spesso il risultato dell’aggiunta di additivi chimici. La stessa cosa può essere detta per la fiamma prodotta dal processo di combustione, la quale deve essere costante e di colore uniforme (la qualità della fiamma deriva anche dalle caratteristiche dell’impianto stesso). 

L’esame olfattivo invece consiste nell’odorare il pellet; la presenza di additivi chimici infatti spesso è riscontrabile sia in fase solida che durante il processo di combustione del prodotto.

 

Conclusione

Il mercato del pellet è in rapida espansione, ed è normale che l’offerta si conformi alla domanda. Nelle dinamiche di mercato però è sempre bene tenere a mente la presenza di strategie di marketing, seppure celate. Queste negli ultimi anni sono riuscite sia a soddisfare che ad incrementare la richiesta di pellet di colore chiaro, in quanto associato a purezza e qualità della materia prima. Il colore chiaro del pellet non è in nessun modo sinonimo di qualità, al contempo non è nemmeno necessariamente sintomo di additivi chimici (vedi Il colore del pellet: meglio il pellet chiaro o il pellet scuro?). In commercio infatti esistono varie tipologie di pellet sia di colore chiaro (derivanti ad esempio dall’abete oppure dal pino) e altri di colore scuro (come ad esempio quelli derivanti dal faggio o dal castagno). Il colore del pellet dunque riflette il colore del legno di provenienza e non è in alcun modo in diretto rapporto con la qualità del prodotto. Questo non esclude però che si possano trovare in commercio anche pellet schiariti per essere più competitivi sul mercato.

Il consiglio da dare a tal riguardo è sicuramente quello di non seguire le mode di mercato e invece di affidarsi a conclusioni sommarie di consultare professionisti del settore. Oltre a questo è necessario acquistare pellet certificato, in tale modo possiamo essere sicuri che tutti gli additivi impiegati nel prodotto siano documentati e facilmente consultabili, molto spesso presenti direttamente nella scheda tecnica stampata sul pacco del pellet (obbligatoriamente devono essere riportati nel rapporto ispettivo e nel rapporto di conformità).

 

Scritto da: Leandro Loriga per Biomassapp.

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Pubblicato da Antonella Marinelli