Le biomasse agroforestali sono entrate a pieno titolo nella categoria delle risorse più preziose per il nostro pianeta; nella seguente intervista, il prof. Massimo Monteleone, docente presso l'Università di Foggia-Dipartimento di Scienze Agrarie, degli Alimenti e dell'Ambiente e tra i promotori del progetto uP_Running (utilizzo sostenibile di biomasse legnose provenienti da potature ed espianti di colture arboree da frutto), ci spiega come sarà possibile, nel prossimo futuro, produrre energia da fonti naturali e rinnovabili. Il nuovo  modello di "bioeconomia" dovrebbe andare ad affiancarsi, se non a sostituirsi, a quello attualmente incentrato sulle risorse fossili.

 

Lei è docente presso l'università di Foggia - Dipartimento di Scienze Agrarie, degli Alimenti e dell'Ambiente. Da qualche tempo sta dedicando il suo impegno alle biomasse agroforestali e alle filiere energetiche. Ci può spiegare l'attualità di questi studi?
 
E’ da sempre un mio interesse culturale, prima ancora che professionale. Ho avuto a cuore le tematiche ambientali fin da ragazzo (occupandomi prevalentemente di agricoltura biologica) ed è per questa mia particolare inclinazione che, in ambito tecnico e scientifico, ho maturato specifiche conoscenze nel settore dell’ecologia agraria (disciplina che insegno nei mie corsi universitari) ed un marcato orientamento verso attività di ricerca che identificano le biomasse (specie quelle di origine agraria) come fonte energetica alternativa a quella di origine fossile.
Le biomasse agroforestali non sono, in assoluto ed in via esclusiva, la soluzione ai problemi conseguenti al progressivo esaurimento delle risorse fossili (petrolio, gas naturale e carbone) ed al riscaldamento globale che deriva dalla loro combustione. Sono però una componente importante, direi essenziale, del modello socio-economico che urge costruire e che traguarda la società del futuro. Ovvero un sistema produttivo e di consumo incentrato sulla “bioeconomia”, cioè un’economia basata sull’utilizzazione sostenibile di risorse naturali rinnovabili e sulla loro trasformazione in beni e servizi secondo criteri di “circolarità”, “rifiuti zero”, recupero e valorizzazione degli scarti e dei residui, massima efficienza energetica e parsimonioso impiego delle risorse, specie quelle non rinnovabili. La bioenergia, pertanto, si inserisce a pieno titolo nel quadro generale di questo nuovo modello di economia che dovrebbe soppiantare il modello ancora imperante (ma fortemente in crisi) incentrato sulle risorse fossili.
 
 
Quanto è importante riuscire a costruire una filiera agro-energetica nella quale siano presenti tutti gli attori (ovvero produttori e trasformatori, oltre che la commercializzazione)?
 
Se confrontiamo qualunque tipo d’investimento nel settore delle FER (Fonti di Energia Rinnovabile), per esempio nell’eolico o nel fotovoltaico, con ciò che contraddistingue un’iniziativa imprenditoriale tesa a valorizzare la destinazione energetica delle biomasse agrarie, la differenza sostanziale che balza agli occhi è la imprescindibile necessità, nel secondo caso, di riuscire a strutturare una filiera territoriale di approvvigionamento. Ciò è, ad un tempo, fattore di pregio ma anche vincolo. A fronte di una maggiore complicazione del processo produttivo, infatti, è possibile porre in essere una catena di valore che chiami in compartecipazione una pluralità di attori di filiera, ciascuno con un ben preciso ruolo da svolgere. Questa articolazione di funzioni è un modo per innescare sul territorio una serie di rapporti che creano un indotto socio-economico. Una filiera agro-energetica è un’attività che supera i confini di un mero esercizio commerciale per assumere i caratteri di uno strumento di sviluppo in ambito rurale.

biomasse

Ne consegue che ad una maggiore articolazione della filiera corrisponde una maggiore capacità di creare valore aggiunto e di irradiare territorialmente il valore così generato ad una pluralità d’imprese insediate nel medesimo territorio. Dunque le biomasse agrarie sono una risorsa territoriale ed in rapporto al territorio in cui sono raccolte e trasformate dovrebbe esserne pianificato l’utilizzo. Ciò chiama in causa il concetto di “filiera corta”, in contrapposizione alla filiera commerciale “lunga”, in grado di estendersi anche su scala continentale.
Il limite maggiore è rappresentato dal valore unitario relativamente modesto delle biomasse. Dunque, come è possibile garantire un sufficiente margine di profitto a ciascun attore di filiera senza, per contro, far lievitare eccessivamente il costo del prodotto energetico finale? Una filiera troppo composita non rischia di perdere quei requisiti di efficienza ed economicità in grado di garantire adeguato sbocco commerciale al prodotto finale? Questi sono interrogativi assai importanti, da cui discende la possibilità di rimarcare il tratto distintivo delle bioenergie rispetto alle altre FER.
Se ben riflettiamo, sono le stesse problematiche che oggi contraddistinguono il conflitto generatosi fra un mercato agro-alimentare ormai “globalizzato” (in cui il prodotto scambiato è una semplice “commodity”, del tutto anonima, omogenea, indifferenziata ma rispondente a specifici standard commerciali), rispetto al mercato “locale” (in cui ciò che realmente conta sono proprio quei tratti particolari e specifici che qualificano la produzione e ne costituiscono fattore esclusivo di distinzione). Il contesto “globale” dell’esercizio d’impresa necessita di una grande mobilitazione volumetrica di materia prima per generare sufficienti margini di profitto a fronte del modesto valore unitario del prodotto. Di contro, l’esercizio esplicato a scala “locale” consente un’enorme flessibilità degli approvvigionamenti che, sebben molto più limitati quantitativamente, possono però disporre delle biomasse più disparate e differenziate, riuscendo efficacemente a valorizzare anche le disponibilità più circoscritte. Residui colturali di campo, scarti dei processi di trasformazione agro-alimentari, i residui e gli scarti legnosi ottenuti sia in fase di esbosco che di lavorazione successiva, ecc. sono tutte possibilità in grado di generare disponibilità interessanti ma quantitativamente limitate se intese per una distribuzione su larga scala.
Dunque, a scala locale, la filiera agro-energetica deve poter essere duttile ma ugualmente efficiente, puntando verso due obiettivi cardine della “multifunzionalità” oggi assegnata all’agricoltura; da un lato la “diversificazione produttiva” (ovvero l’ampiamento dello spettro delle possibilità produttive di un’azienda aprendosi, ad esempio, anche al settore bioenergetico), dall’altro il cosiddetto “approfondimento produttivo” (ossia la possibilità d’incamerare quote crescenti di valore aggiunto attraverso processi di trasformazione internalizzati, ad esempio tramite conversione del legno in pellet o la fornitura completa del servizio energia).
Questi obiettivi difficilmente possono essere appannaggio di una singola azienda agricola ma, il più delle volte, chiamano in causa la strutturazione di consorzi e cooperative in grado di darsi un’organizzazione che gestisca le differenti fasi di filiera, dalla raccolta al primo condizionamento, dal trasporto allo stoccaggio presso una piattaforma logistica, dalla conversione energetica fino alla vendita del servizio energia. In altri termini, invece che commercializzare solo e direttamente biomassa, sarebbe preferibile commercializzare il prodotto combustibile solido (nelle sue diverse forme d’impiego), ovvero direttamente il servizio a cui la biomassa è destinata, cioè la fornitura di energia, sia essa elettricità, calore od entrambe (e l’ultimo caso è nettamente preferibile agli altri in quanto consegue efficienze ben superiori). Nasce e si afferma, pertanto, un nuovo settore, quello agro-energetico, che rinnova il settore agricolo (creando uno spazio commerciale in ambito “non-food)” e soddisfa una crescente esigenza di mercato (quella dei combustibili alternativi a quelli fossili). 
L’iniziativa messa in campo da Biomassapp riesce virtuosamente a combinare i caratteri della prossimità e della “filiera a km 0” con quelli di una distribuzione efficiente e capillare, mettendo in rapporto diretto chi ha la disponibilità di combustibili solidi con chi ne ha, invece, la necessità. Ciò stimola la crescita degli scambi, è fattore di strutturazione di mercato, consolida le dinamiche di prezzo ed il conformarsi a caratteri di qualità della biomassa; criteri di tracciabilità potrebbero essere implementati e progressivamente rafforzati con l’evolversi dell’iniziativa.
 
In riferimento alla raccolta dei sarmenti e delle potature, come pensa si possa conciliare l'interesse energetico di questi sottoprodotti con l'economicità di raccolta?
 
L’agricoltore che gestisce un oliveto od un vigneto è, il più delle volte, ancora incline a considerare gli scarti di potatura come un “problema”. Nella corrente pratica agronomica di coltivazione, la maggiore preoccupazione è quella di “liberare” il campo da tali residui per non avere vincoli di sorta (ingombri ed intralcio). Solo una élite di agricoltori, per fortuna in numero crescente, ha compreso che le potature sono una risorsa potenziale che può essere messa “a frutto”, alternativamente, in due modi: impiegare le potature come risorsa interna al frutteto, ossia per una migliore gestione agro-ecologica dell’impianto arboreo; ovvero, avviare le potature alla valorizzazione energetica, come processo esterno alla gestione del campo. Tecniche intensive di agricoltura e le tendenze in atto verso regimi climatici più cladi ed aridi pongono il problema allarmante dell’esaurimento della sostanza organica del suolo. Ciò dovrebbe indurre ad una maggiore considerazione dei potenziali apporti di materia organica rappresentati dai residui colturali, allorché trinciati e sparsi al suolo a mo’ di copertura pacciamante. In alternativa, nel caso in cui tecniche conservative siano sistematicamente praticate nell’arboreto (minima lavorazione, inerbimento, utilizzo di ammendanti, ecc.), tali da garantire un’adeguata conservazione della sostanza organica, l’asportazione dei residui ed il loro avvio alla conversione energetica può essere adottato come modalità integrativa di reddito.
Sorge, a questo punto, l’esigenza di rendere l’operazione di raccolta dei residui la più efficace ed economica possibile. Tale operazione potrebbe essere completamente esternalizzata e, pertanto, affidata ad un’impresa agro-meccanica che opera “conto terzi”. Ciò consentirebbe di evitare l’immobilizzazione dei capitali per l’acquisto di macchine ed attrezzature specializzate per questo tipo di operazioni. La scelta, eventuale, se investire in attrezzature dipenderà dalle superfici arborate di cui l’azienda complessivamente dispone (più ampie sono le superfici, più rapido risulterebbe l’ammortamento del capitale) e dagli obiettivi dell’azienda (considerare la filiera agro-energetica come un asset aziendale o meno).
Le tecniche di raccolta delle potature sono oggi improntate sue due tipologie differenti: l’imballatura o la trinciatura. La prima consiste nella realizzazione di piccole balle cilindriche (del peso di circa 30-40 kg l’una) lasciate in campo e nella raccolta delle stesse in una fase successiva servendosi di un altro mezzo meccanico. Son anche disponibili mezzi meccanici dotati di imballatore a pressa integrato ad un sistema di accumulo delle balle così prodotte, ciò per aumentare l’autonomia di esercizio della macchina. Il sistema tecnologico alternativo è rappresentato dalla trincia meccanica, che riduce le potature in frammenti di pochi centimetri in lunghezza e sufficientemente regolari i quali vengono immediatamente raccolti all’interno di serbatoi di accumulo incorporati nella macchina o in contenitori (rigidi o a sacco) che sono progressivamente riempiti e lasciati in campo per una fase successiva di prelievo. I due sistemi, fra loro alternativi, presentano sia vantaggi che svantaggi reciproci. Il fattore tecnicamente più influente è rappresentato dal grado di umidità delle potature. Nel caso in cui le potature siano ancora particolarmente umide se ne sconsiglia la trinciatura diretta in campo. Diversamente, la semplice pressatura a creare le ballette consente all’aria, anche quando le balle siano accatastate, di permeare la massa e di allontanare l’umidità.
 
 
Considerando l'elevatissimo impiego di prodotti chimici (pesticidi, fungicidi, ecc.), pensa che questo possa condizionare l'utilizzo delle biomasse agroforestali e, in particolare, delle potature derivanti dalle colture arboree di impianti intensivi?
 
Tracce residue dei prodotti fitosanitari impiegati nell’arboreto (ed intenzionalmente indirizzati alla vegetazione od ai frutti – organi bersaglio) possono contaminare, in modo più o meno rilevante, anche le potature, in rapporto alla natura del principio attivo utilizzato ed alla sua stabilità nel tempo, alla fase del ciclo di coltivazione in cui è stato eseguito il trattamento, alle condizioni meteorologiche che si sono realizzate dal quel momento in poi, dalle modalità di gestione delle potature stesse. Test analitici confermano l’importanza di considerare anche la presenza eventuale di fitofarmaci come elementi di attenzione per l’utilizzo delle potature a fini energetici, sebbene le concentrazioni risultino in genere trascurabili.
Nei campioni di potature provenienti da arboreti condotti secondo il metodo biologico potrebbero essere presenti (solo ed esclusivamente) residui di zolfo e rame, mentre nelle potature da impianti convenzionali si potrebbero rintracciare altri composti (per esempio, nel vigneto, originatisi da trattamenti antioidici, antiperonosporici, ecc.). L’impiego di composti aventi rapida ed agevole degradazione ridurrebbe notevolmente i rischi in tal senso. Discende, quindi, l’opportunità che si riduca ai minimi termini l’impiego di tali sostanze, affidandosi a tecniche di agricoltura “integrata” o “biologica” ed adottando misure agronomiche a forte valenza preventiva, in grado di aumentare il livello di resistenza del frutteto a questo tipo di attacchi. Ciò, come si può comprendere, non va solo a vantaggio della qualità del prodotto e del consumatore (fattore di prioritaria rilevanza), ma anche migliora le caratteristiche delle potature, rendendo più affidabile il processo di combustione, già di per sé esposto a numerose critiche in seguito alle emissioni atmosferiche che possono generarsi allorché manchino in dotazione sistemi di controllo e di filtrazione dei fumi.
Occorre infatti precisare che, anche rispetto al particolato (PM10 e PM2,5 – le cosiddette “polveri sottili”), le tecnologie più innovative di caldaie sono oggi in grado di contrarre le emissioni ad un livello tale da non rappresentare più il minimo pericolo per la salute pubblica.
Pertanto, combinare l’impiego di biomasse di ottima qualità ad impianti dalle prestazioni le più efficienti implica ottenere la massima affidabilità e sicurezza.
 
 
Che opportunità ci sono nei programmi europei Horizon 2020 proprio per favorire la creazione di queste filiere agro-energetiche?
 
Horizon 2020 è il programma europeo della ricerca e per l’innovazione tecnologica. Il progetto “uP_running” che l’Università di Foggia sta realizzando in collaborazione col DARe (Distretto tecnologico agro-alimentare della Regione Puglia) è, per l’appunto, un progetto H2020 di tipo “Cooperation & Support”. Il nostro obiettivo (in sintonia con altri partner europei: spagnoli, greci, ucraini, croati, portoghesi e francesi) è quello di promuovere e stimolare la creazione di nuove filiere agro-energetiche incentrate sull’impiego delle potature o di biomasse legnose da espianto a fine ciclo degli arboreti. Occorre superare le attuali barriere che ostacolano il conseguimento di questo obiettivo, vincoli non solo di natura squisitamente tecnica (in realtà di facile soluzione), quanto piuttosto quel complesso di ostacoli non tecnici, bensì di tipo normativo, regolamentare, burocratico, organizzativo, connessi ad una mentalità spesso ancora arretrata, poco incline alla collaborazione, alla creazione di network imprenditoriali, ad una imprenditorialità creativa tesa all’innovazione.
Numerose e di grande interesse possono essere le opportunità di operare degli investimenti con il supporto di finanziamenti europei, nazionali e regionali. Ciò può avvenire sia con riferimento al settore agricolo che a quello industriale. Si rimanda ad una prossima occasione una disamina più dettagliata di queste occasioni. 

 

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Scritto da Maddalena Sofia