I boschi e le foreste giocano un ruolo fondamentale all’interno del nostro ecosistema. Ci forniscono ogni giorno ossigeno, cibo, principi attivi farmaceutici e acqua dolce; contrastano la desertificazione, aiutano a prevenire l’erosione del suolo e svolgono l’importante funzione di stabilizzazione del clima contro il surriscaldamento globale, assorbendo ogni anno circa 289 miliardi di tonnellate di anidride carbonica.

boschi

In Italia la superficie forestale ha raggiunto quest’anno i 10,9 milioni di ettari, con una crescita di circa il 6% negli ultimi 10 anni. Dal 1985 i boschi italiani hanno conquistato oltre 3 milioni di ettari, ed oggi si estendono per circa un terzo della nostra penisola.

Questa crescita delle foreste italiane, purtroppo, non è il risultato di politiche mirate o di strategie per la conservazione della biodiversità: deriva, piuttosto, dall’abbandono di territori per la produzione di legna da ardere che sono stati persi alla pratica agricola, quella di montagna in particolare, e di un più generale abbandono e spopolamento di aree interne e di economie locali che oggi non hanno un futuro. Il bosco ha preso allora il posto dei prati d’alta quota dove una volta venivano portati al pascolo i greggi, di terrazzamenti non più manutenuti e di terreni incolti da decenni: l’abbandono ha inesorabilmente modificato questi paesaggi, trasformandoli in boschi e foreste.

In questo contesto, in Italia dobbiamo fare i conti con una problematica ben precisa: su tutta la superficie boschiva e forestale del nostro Paese, ogni anno si rende disponibile una certa quantità di legna da ardere o da destinare alla produzione di pellet, bricchetti o cippato di legno, ma ne viene utilizzata soltanto il 24%. In pratica, per 100 alberi pronti a essere utilizzati, se ne tagliano 24. In Europa si preleva con percentuali molto più alte, dal 60 al 90%: c’è maggiore interesse intorno al patrimonio boschivo, e migliore gestione e cura dello stesso.

Il problema italiano deriva anche da una mancanza di efficaci politiche di valorizzazione del territorio: molti boschi sono inaccessibili - o di difficile accesso - non tanto per cause naturali, quanto per la mancanza di strade e sentieri adeguati e per le limitate capacità delle nostre imprese forestali, che non sono supportate da Stato e Regioni, come invece avviene in altri Paesi con forti pendii: in Svizzera, per esempio, la manutenzione dei boschi è obbligatoria per i proprietari privati, e se questi non la fanno interviene il pubblico, ma a spese dei proprietari.

Nel frattempo, però, il nostro Paese fa continuamente ricorso all’importazione dall’estero di legna da ardere, pellet, cippato, bricchetti di legno: l’82% della domanda di pellet in Italia è soddisfatto con materia prima o prodotto finito d’importazione, trasportato su gomma su lunghe distanze. La nostra industria del legno è la prima in Europa, e gli arredamenti made in Italy sono apprezzati in tutto il mondo, ma a fornire la materia prima sono soprattutto i nostri vicini: Francia, Slovenia, Austria, Croazia e Svizzera. I dati indicano inoltre che siamo il primo importatore al mondo di legna da ardere, pellet e cippato per il settore domestico, con una spesa che si aggira intorno a 1 miliardo di euro all’anno e un consumo di circa 3,2 milioni di tonnellate.  Le stufe a pellet e le caldaie a cippato in funzione sono più di 1,5 milioni, con un mercato che si aggira sulle 200.000 vendite l’anno (stime relative al 2013); le stime future, inoltre, indicano che nel 2020 la domanda nazionale di pellet si avvicinerà alle 5 milioni di tonnellate l’anno.

La situazione, pertanto, registra un evidente mancato incentivo alla crescita di una produzione nazionale, mentre si preferisce seguire la più facile via dell’import; e questa scelta, tenendo in considerazione la disponibilità di legname italiano non sfruttato, va a cozzare con un’economia italiana ancora impantanata nelle difficoltà della crisi, e con le deludenti statistiche sull’occupazione.

Se si decidesse di affrontare il problema in maniera propositiva, però, potrebbero aprirsi interessanti spiragli per gli agricoltori italiani, legate ad un'opportunità di medio/lungo termine: la produzione di biomassa legnosa nazionale in modo sostenibile. Seguendo le linee guida Fsc, Pefc o altri sistemi equivalenti, sarebbe possibile trasformare le cosiddette aree agricole marginali italiane, attualmente incolte o poco produttive, in nuove aree adibite a produzione forestale. Ciò garantirebbe non soltanto nuova linfa per l’economia nostrana, ma anche la sicurezza di sfruttare un prodotto nazionale di qualità.

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Pubblicato da Admin Admin