6 anni con IVA sul pellet al 22%: ma il pellet è una fonte di energia rinnovabile?

IVA sul pellet: La politica ci dica se il pellet è una energia rinnovabile da incoraggiare o un problema per l'ambiente.
 
Nel 2015, la Legge di bilancio, portò l'IVA sul pellet dal 10 al 22%.  Si cercavano 50 milioni di imposte aggiuntive, sappiamo come è andata: da quel momento l'evasione dell'imposta è diventata una pratica “competitiva” in un settore con basse marginalità ed oggi, rispetto ad un consumo di pellet che in Italia è arrivato a 3,5 ml di tons, mancano all'appello proprio 50 milioni di euro di gettito IVA sul pellet!
 
 

Nel 2015 l'AIEL prevedeva, con l'aumento dell'IVA sul pellet, il crollo delle vendite, licenziamenti, la fine di un settore molto promettente: anche qui le previsioni si rivelarono completamente sbagliate, in quanto i consumi sono aumentati ma l'iniziativa del governo si è rivelata criminogena e non pochi operatori si sono “arrangiati” a trovare soluzioni per aggirare l'ostacolo.
 
Quella dell'aumento dell'IVA sul pellet dal 10% al 22% è stata dal primo momento una iniziativa molto contestata, e che non trova, a distanza di 6 anni, un papa' e neppure una mamma: associazioni di categoria e tutta la politica si dichiarano contrari a quell'intervento, ma nessuna delle due soluzioni proposte nel tempo, ovvero reserve charge o riportare l'IVA sul pellet al 10%, ha trovato attuazione.
Per la verità è una delle domande senza risposta dei nostri tempi (tempi che durano da almeno 20 anni!), con i politici sempre pronti a presentare emendamenti di bandiera, una volta per la soluzione del reverse charge e un'altra per l'IVA sul pellet da far tornare al 10%, senza che poi nulla accada.
 
Sappiamo che legna da ardere, cippato, nocciolino di sansa e tutte le altre biomasse energetiche (gusci, noccioli ecc) hanno IVA al 10%, e solo il pellet è penalizzato al 22%.
 
E allora la domanda da porsi è questa: perche' si è voluto penalizzare il pellet? Si ritiene che il pellet sia un consumo da scoraggiare in quanto NON considerabile fonte rinnovabile da sostenere? Si ritiene che il consumo del pellet determini un danno ambientale?
 
Se il pellet è una biomassa energetica da incoraggiare o da penaliz
zare è questione controversa.
 
In Italia AIEL promuove l'utilizzo di impianti per il riscaldamento di nuova generazione e a basse emissioni, che utilizzino le biomasse energetiche ed il pellet certificato in particolare, ma ci sono

iva sul pellet

 tante voci autorevoli come ad esempio il giornale inglese The Guardian che, a gennaio 2021, ha denunciato i danni ambientali legati all'uso sempre piu' massiccio del pellet di legno.
 
L'articolo del The Guardian va a mio avviso contestualizzato: la Gran Bretagna ha un consumo di circa 10 milioni di tons all'anno di pellet di legno, per la massima parte utilizzato per la conversione delle vecchie centrali elettriche precedentemente alimentate a carbone, mentre l'Italia è il primo consumatore al mondo di pellet che serve ad alimentare le piccole stufe e caldaie domestiche.
 
Una preoccupazione, quella di The Guardian, legata ad una problematica tutta della Gran Bretagna.
 
Nella direzione di disinnescare l'allarmismo inglese, valgono le ricerche di  Bioenergy Europe che precisa come “le foreste europee sono aumentate del 47% tra il 1990 e il 2020, periodo in cui la copertura forestale ha guadagnato in media 482.000 ettari ogni anno. Una superficie equivalente a 1,3 campi da calcio ogni minuto”. 
 
Tutto bene allora?
 
No, a giudicare dal comportamento del Governo italiano che deve, preliminarmente, farci capire se questo consumo sia da incoraggiare o quantomeno da non penalizzare con un regime IVA sul pellet che inspiegabilmente mantiene da 6 anni 12 punti di differenza rispetto a quello applicato alle altre biomasse energetiche, una decisione addirittura in contrasto con gli incentivi riconosciuti a chi compra una caldaia o una stufa a pellet
Stufa a pellet
 
Da 6 anni i consumatori e gli operatori onesti, subiscono un aggravio di 12 punti di IVA che non solo danneggia loro, ma che non porta neanche vantaggio alla pubblica amministrazione, che, invece di veder crescere il gettito fiscale, finisce per incassare meno di quello che incasserebbe con il ritorno dell'IVA sul pellet a 10%.
Serve solo un po' di buon senso e di concretezza da parte della politica: capisco che non è poco, considerando in tempi che viviamo.
Delle due soluzioni possibili ovvero reverse charge o ritorno all'IVA sul pellet a 10% preferiamo la seconda soluzione.
 
Un'IVA sul pellet al 10% non incentiva fenomeni di evasione mentre il meccanismo del reverse charge o inversione contabile, che sposta il carico tributario IVA sul pellet dal venditore all’acquirente potrebbe portare a “dimenticanze” da parte degli acquirenti con problemi di incasso per l'amministrazione.
 
Capiamo che le importazioni EU rimarranno soggette al reverse charge, ma il problema sarebbe comunque notevolmente ridotto. 
 
Articolo di Gianclaudio Iannace

 

Categoria di Biomassa: 
Pellet

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Pubblicato da Gianclaudio Iannace