Un immagine vale cento parole.

Le foto e filmati delle migliaia di alberi abbattuti dal maltempo (basta con l'espressione “bombe d’acqua” per favore…) danno l’idea della distruzione che il 30 ottobre scorso si è abbattuta sul Nord Italia meglio di tante parole.

Alberi a terra come bastoncini di Mikado, talvolta ordinati secondo la direzione del vento che li ha abbattuti, talvolta disordinatamente disposti dalla potenza dei corsi d’acqua esondati.

E subito c’è chi da una spiegazione alla tragedia.

Ho letto cose credibili come le scie chimiche.

I numeri: sembra che il Corpo Forestale abbia contato 12 miliardi di alberi in Italia, poco meno di 200 per abitante: ma se pure il dato fosse verosimile cosa si conteggia come “albero”?

E poi la densità del patrimonio boschivo, che varia, secondo quanto si legge in diversi articoli, da 1800 alberi per ettaro in Emilia Romagna a 700 in Valle D’Aosta: ma lo sa chi scrive cosa è un ettaro?

Un ettaro è un quadrato di 100 metri x 100 metri: significa che per avere 1800 alberi in un ettaro ogni albero è disposto a circa 2 metri uno dall’altro! Non avrebbero lo spazio sufficiente per diventare o essere “alberi”, ma solo un groviglio di arbusti.

E poi gli alberi caduti: a poche ore dal disastro erano 10 milioni, no 12 milioni anzi 14!

Il vento che li ha abbattuti ha soffiato a 140 chilometri l’ora, no 160, anzi 180!

E i millimetri di pioggia caduti? Mai così negli ultimi 10, 20 30 anni, anzi 2 secoli….

Proviamo a portare la cosa su un piano di valutazione oggettiva.

Anzitutto gli alberi sono caduti (e cadono ogni giorno, non solo il 30 ottobre!) nelle foreste e nelle nostre città.

Non ci si deve stupire: gli alberi, come gli esseri umani, nascono, crescono, si ammalano, muoiono e noi non li aiutiamo certo a vivere una vita lunga e sana.

Parliamo degli alberi presenti nelle nostre città.

Li costringiamo in collari di cemento o di asfalto e talvolta in gorgiere di ghisa, senza irrigazioni nei momenti difficili dell’anno, tagliamo loro le radici che tendono ad affiorare quando gonfiano il manto stradale (a proposito, perché non scegliere gli alberi giusti considerando le loro caratteristiche, lasciando i grandi alberi solo in presenza di opportuni spazi invece di piantarli su marciapiedi di 2 metri a ridosso delle strade?), non li curiamo quando si ammalano ed anzi li mutiliamo in modo orribile con capitozzature che li lasciano amputati e preda di patologie fungine che aggrediscono le ferite aperte come cancrene: possiamo stupirci se improvvisamente collassano?

Curare il verde richiede soldi e competenze: Roma, ad esempio, ha 44 milioni di metri quadrati di verde pubblico che venivano curati da 1.800 giardinieri, oggi i giardinieri sono solo 180.

È insomma una guerra già perduta: poca manutenzione ordinaria, poca profilassi, poche cure in caso di malattia e quella orrenda pratica della capitozzatura che sostituisce gli interventi regolari di potatura come soluzione drastica alla mancanza di soldi.

Davvero, il verde pubblico nelle nostre città andrebbe completamente ripensato, riqualificato e soprattutto affidato alle cure di personale esperto, messo in condizione di lavorare con le giuste risorse economiche.

Poi ci sono i boschi.

Anche qui tanta informazione sbagliata.

Ho letto di foreste centenarie abbattute in un giorno dalla furia del vento.

Anzitutto di foreste primarie, ovvero nate migliaia di anni fa in modo spontaneo ce ne sono pochissime in Europa e in Italia nessuna (si parla di foreste vetuste non primarie per il nostro Paese).

L’Italia è infatti, da millenni, un territorio fortemente antropizzato, dove l’uomo ha sempre utilizzato il legno per riscaldarsi, per cucinare, per produrre case, barche, traversine per le ferrovie (pare siano state utilizzate 10 milioni di traversine di legno in Italia) o briccole su cui costruire Venezia (si parla di 12 milioni di briccole di leccio, albero che i Dogi facevano coltivare in foreste impiantate nella provincia di Rovigo, disciplinate da norme severissime).

In Italia, gli uomini hanno modificato il territorio tagliando, piantumando e poi tagliando ancora, cambiando il paesaggio e la tipologia degli alberi secondo le loro esigenze.

I famosi abeti rossi della valle di Fiemme (gli alberi dei violini per capirci) non sono foresta primaria ma alberi piantati dagli uomini per essere valorizzati economicamente.

E qui uno dei principi della economia che fa orrore ai cosiddetti ambientalisti: tutto quello che non ha un valore economico, viene alla fine trascurato e decade.

Anche la foresta deve essere messa a reddito per prosperare: un gestione sostenibile del patrimonio forestale porta occupazione, ricchezza, sviluppo.

La foresta non monumento intoccabile ma patrimonio da tutelare, valorizzare, tramandare attraverso l’utilizzo delle stesse risorse economiche che è in grado di produrre.

L’Italia è un paradosso: ha uno dei patrimoni boschivi più importanti d’Europa, ma è primo importatore di legna da ardere del continente e non produce neanche il 25% del pellet consumato dalle famiglie.

Il 30 ottobre può rappresentare una data dalla quale ripartire per ripensare complessivamente la gestione delle foreste, ma anche del verde pubblico in Italia: speriamo possa essere così ma sembra davvero inverosimile, considerando la scarsa attenzione al tema manifestata dalla politica.

Intanto, le ipotesi più strane circolano su internet per spiegare la strage di centinaia di migliaia di alberi (qualcuno parla di 14 milioni: ma come avranno fatto, in poche ore, a contarli?): era caduta troppa acqua e le radici non sono riuscite a trattenere la pianta in piedi sotto la forza del vento, il vento soffiava da sud, direzione inusuale per le piante, il cambiamento climatico ecc. ecc... Tutti argomenti suggestivi e verosimili come le scie chimiche.

Mi chiedo: ma se tutto questo è accaduto in Italia per condizioni climatiche estreme, cosa dovrebbe accadere ogni anno in Russia o in Canada?

Possiamo provare a dare delle spiegazioni più plausibili.

Alla migliore gestione del patrimonio forestale servono certamente interventi di sfollo e diradamento per avere meno piante ma con un maggior spazio vitale e conseguentemente più resilienti anche a eventi climatici eccezionali.

Si deve, inoltre, prevedere una rinnovata viabilità forestale che consenta un miglior accesso ai boschi e una maggior cura delle piante.

Serve una nuova visione del patrimonio forestale che porti al ripopolamento delle aree montane e nuovo lavoro, da programmare attraverso una gestione attiva delle risorse forestali.

 

Scritto da Gianclaudio Iannace

Ti è piaciuto questo articolo? 

Lascia un commento

Accedi o Registrati
Pubblicato da GIANCLAUDIO IANNACE